Bierbauch: io un signor nessun in posto che fino a qualche anno fa chiamavo casa

Ok ok, lo so. Ne ho già parlato spesso ma andando a rivedere i post vecchi erano solo accenni e ho pensato che forse ci voleva un post unico per dirlo bene: sia per gli utenti vecchi che magari tra i frammenti non ci hanno mai capito una cippa che per gli utenti nuovi che non sanno di che parlo.

E sia.

“Ed essere un signor nessun in un luogo che qualche anno fa chiamavo casa” è la mia frase di stato di Facebook di Sabato sera scritta mentre ero con Melissa presso il Bierbauch e aspettavamo una coppia di nostri amici per andare a cena.

Che significa? Per spiegarlo bisogna fare un passo indietro. Un passo bello grosso, di una decina di anni.

Nel 2000, quando beltà splendea, ero più giovane, più pallido, non mi rifacevo le sopracciglia, vestivo peggio, studiavo, fumavo, avevo un’altra morosa, c’erano ancora le lire e avevo appena fatto la patente. Quest’ultimo era un requisito fondamentale per andare a fare un lavoretto serale e guadagnare qualcosina.

Cominciai insieme alla mia vecchia morosa a lavorare in una birreria a Palazzolo come cameriere e, nonostante in tutte le altre attività (masturbazione a parte) fossi impacciato e goffo, capii subito che ero bravo e veloce a fare il cameriere. Per di più ero molto in gamba anche con i clienti: se c’era una battuta da fare la azzeccavo sempre e non mancavo mai di servirli con il sorriso.

A breve migliorai ancora e iniziai ad avere a cuore quel lavoro: non mi importava di lavorare di venerdì sera ed essere un cadavere il sabato mattina a scuola o di recarmi in birreria senza preavviso se il titolare aveva qualche problema di personale.

Nonostante la mia passione ebbi da ridire pesantemente con il titolare stesso e me ne andai, credendo (a ragione) che sarebbe stato lui a perderci per via delle mie capacità.

Il problema era che al momento ero invasato di quel tipo di vita (la notte, la birreria, la gente, il far tardi, le brioches dopo il lavoro) e mi dispiaceva abbandonarla, ragion per cui, quale modo migliore per rientrarvi se non richiedere di lavorare alla festa della birra del Bierbauch?

Con mia somma sorpresa mi presero ed io, abituato a ritmi frenetici della birreria di Palazzolo, non mi fermavo un attimo e lavoravo come un mulo.  C’è da dire che a quei tempi il Bierbauch era veramente pieno, al punto che il Sabato sera ai tavoli non si poteva nemmeno lavorare perché non ci si passava, ed io, pur sperando di riuscire ad arrivare un giorno a lavorare con gente che consideravo di un altro pianeta avevo una paura matta; la sera prima dell’inizio della festa addirittura facevo dei sogni in cui mi facevano degli ordini e io non sapevo come fare per servire il cliente… roba da matti.

Insomma, lavorai bene, e uno dei momenti più belli forse addirittura della mia vita fu quando Ceco, uno dei soci, mi disse che apprezzava come lavoravo e avrebbe avuto piacere che rimanessi nello staff anche dopo la festa. Era un sogno che si avverava.

Così feci e iniziai a fare il cameriere, conobbi persone fantastiche come Luca che sapeva sempre farmi ridere, la Manu Gemella che aveva i miei stessi gusti musicali e lavorava benissimo, la Fede che credo sia stata quella che al Bierbauch ha lavorato per più tempo, la Giovanna che a furia di Cazziarmi perché pulivo male la cucina mi ha fatto imparare a pulire bene la cucina.

Eravamo un bel gruppo, ero contento di essere apprezzato, e per vari anni lavorai sereno e felice. Quando presi l’edicola smisi di fare il cameriere ma presi il posto di Luca a fare le foto e per un paio d’anni andai a farle pure a Gavardo, nella discoteca del Bierbauch, il Five Club, ma questa è un’altra storia e se avete tempo e voglia la potete leggere nei post vecchi del blog (che tra l’altro è il più letto di Chiari).

Quando mi lasciai con la morosa vecchia il Bierbauch rimase e si sa, dopo un po’ di anni fidanzato, le amicizie un po’ si annebbiano, ragion per cui anche nelle sere in cui non lavoravo trovavo sempre il tempo per bermi un caffè in quella che ormai era la mia seconda casa. Conoscevo tutti, salutavo tutti, ero ben voluto da tutti; cominciai a lavorare nelle discoteche, conobbi Melissa (il nostro primo limone fu proprio davanti al bancone) e pian piano mi allontanai.

L’addio definitivo lo diedi l’anno in cui rifiutarono la mia richiesta di lavorare alla festa della birra: ne avevo fatte 5 o 6 di fila ma per la persona che si occupava del personale a quanto pare ero “troppo vecchio”.

Me la presi per qualche giorno ma non me la legai al dito, semplicemente le mie visite al Bierbauch diventarono sempre più rare.

Finché Sabato, tornai.

La sensazione è questa: mi sono sentito come il Dr Carter di Er Medici in prima linea quando dopo anni ritorna nel pronto soccorso dopo per anni è stato il medico principale. Per chi non avesse visto la serie mi sono sentito come quando si torna a far visita ai professori delle superiori e nei banchi c’è gente che ci guarda con sospetto (ma grata per l’interruzione). Se invece del professore ci fosse uno sconosciuto la sensazione sarebbe stata la stessa.

Mi son preso un crodino a testimoniare che non ho più il fisico di una volta e Melissa un bianco e ci siamo guardati in giro: ragazzini vestiti goffamente con giubbini più grossi di loro, alcuni arrossati per il freddo perché magari erano arrivati lì in motorino e ragazzine minigonnate che camminavano come dinosauri evidentemente non abituate ai tacchi.

Pensandoci, la situazione è la stessa di dieci anni fa e se mi sono sentito come un signor nessun in un posto che chiamavo casa non è cambiato il locale. Non è cambiata la gente. Non è cambiata la musica.

Sono cambiato io.

Sono cresciuto io.


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