Colazione col leghista e insegnamento sul caffè

Uscendo dal negozio ho incrociato il consigliere comunale leghista di C*iari Danie*e Vez*oli (nomi della città e del consigliere parzialmente censurati per tutelarne la privacy) e dopo i primi convenevoli, visto che era l’orario giusto abbiamo deciso di fare colazione insieme. Tra l’altro ho pure trovato 5 euro in tasca quindi ho potuto fare anche il brillante offrendo io.

Danie*e è, come ho già detto, è leghista e sebbene io non condivida assolutamente le sue idee politiche (e lui lo sa bene) lo conosco da tanti anni e lo stimo come persona, quindi un po’ di compagnia e due chiacchiere mattutine davanti al bancone del bar non potevano farmi che piacere.

Abbiamo ordinato entrambi un caffè ed io oltre a quello ho preso anche una brioche integrale.

Non appena terminata la calda bevanda ho preso il bicchierino di acqua che la barista ci ha servito insieme al caffè. Ho bevuto e Danie*e quasi mi ha ucciso.

Danie*e: “Hai bevuto il bicchiere con l’acqua?”

Legry: “Bè… si?!”

Danie*e: “Perché?”

Legry (con candore)“Avevo sete…”

Mi ha poi spiegato che l’acqua servita col caffè non serve a placare la sete, bensì a sciacquare la bocca prima di berlo: bevendolo dopo mi ha solamente portato via il sapore della bevanda.

Ecco, non lo sapevo.

Ma se ho sete dopo il caffè, come faccio a non perderne il sapore dalla bocca?


C’è chi può

Io mi alzo alle cinque e mezza.

Lavoro fino alle sette di sera, poi vado in palestra solitamente. Torno a casa e spesso devo fare da mangiare perché anche Melissa (che oggi compie 29 anni ed inizia ad essere una “tardona”) è ancora al lavoro.

Aggiungo che devo anche badare al cane e dare una mano in casa.

Nel fine settimana collaboro con qualche discoteca.

Tra un lavoro e un altro, butto giù due righe sul blog.

Ciò nonostante spesso devo fare i salti mortali per arrivare a fine mese e mi chiedo: sono una brava persona, intelligente, simpatica e nel mio piccolo credo di avere del talento nelle cose che faccio; dove non c’è il talento supplisco con impegno, dedizione e passione.

Poi, ieri sera, guardo su internet e mi cadono le palle.

Prima cosa: l’intervistatore (Rudy Galoppini) oltre a parlare con un volume di voce del nono grado delle scala Mercalli indossa un maglione che nemmeno Marchionne…  Nell’attesa di scoprire il segreto del suo ciuffo l’ho eletto a mio idolo personale.

Un plauso anche al Cameraman probabilmente ubriaco che non se ne sta fermo un attimo.

Ma la cosa più bella sono i contenuti

Galoppini: “Ascolta, maaa…  Funziona questo calendario?”

Cartella: ” Come, come funziona?”

Galoppini: ” Funziona, dico?”

Cartella: ” Ah, si, no, funge funge”.

Vi risparmio il resto dell’intervista perché solo riguardandola mi scende il sangue da naso.

Vi risparmio le mie conclusioni perché le potete trovare qua.

Vi risparmio il link della sua intervista al Qi sempre di Galoppini in cui lei dice in continuazione che ogni cosa che fa “è stata un’esperienza”.

Sta di fatto che adesso lei guadagna paccate di soldi.

Vi risparmio la mia faccia in questo momento.


Il ragazzo che pagò l’edicolante fiducioso con i centesimi

Ore 7 e 20. Entra un ragazzo.

RAGAZZO: “Hai la rivista Chiamami’?”

LEGRY: “Aspetta che guardo… si, il numero di Gennaio. Va Bene?”

RAGAZZO: “Si… ehm… li prendi i centesimi?”

LEGRY: “Beh, otto euro no… se me li metti nei pacchettini magari”

RAGAZZO (Estraendo due sacchetti pieni di monete): “No guarda sono già divisi… sono otto euro giusti”

LEGRY: “Ok, dammi un attimo che li conto…”

RAGAZZO: “Guarda, ho fretta… te li lascio qui, ti lascio anche la rivista e passo stasera a prenderla!”

LEGRY (fiducioso): “No va bè, mi fido…”

Poi le ho contate

Quattro euro e qualcosa.

Avete presente la sensazione quando ti inculano?


10 minuti di Grande Fratello

Oggi una cosa veloce, che ho poco tempo e tante cose da fare.

Melissa il Lunedì sera ama guardare il Grande Fratello mentre stira. Siccome non ama stirare accetto la cosa e la lascio fare: ieri nemmeno la proposta di guardarsi una puntata di Heroes l’ha smossa dal suo proposito.

Ed effettivamente non ha tutti i torti nel dirmi la motivazione: Heroes è una serie molto bella nella quale bisogna stare attenti, mentre il Grande Fratello lo si può seguire anche come sottofondo e senza dover guardare sempre lo schermo; infatti ci butta un occhio ogni tanto e nel frattempo ci dà di ferro da stiro.

Solitamente mi immergo nei cazzi miei al computer il lunedì sera, e mi metto anche le cuffie per ascoltare ad altissimo volume un po’ di buona musica ma ieri sera mi sono imposto 10 minuti del programma per questi motivi

  • Sono un masochista
  • Amo criticare, ma non amo farlo senza conoscere ciò di cui parlo

Allora ho fissato lo schermo e ho visto Alessia Marcuzzi e le sue tette che parlavano a un gruppo di bei ragazzi e di belle ragazze seduti su un divano.

Dopo pochi secondi ho capito l’argomento: si parlava del fatto che c’era del vino “di tutti” e “alcuni” l’avevano bevuto (o forse del vino di “qualcuno” e l’avevano bevuto “tutti”). I baldi giovani, comodamente seduti, sbraitavano e litigavano per l’accaduto come se fosse una cosa importantissima, un punto cardine della loro vita e del loro onore.

Quindi sono giunto a una conclusione: gli autori (non i creatori, quelli fanno un altro mestiere) del Grande Fratello sono dei geni: sono riusciti a ricamare mezz’ora di trasmissione basandosi su una cazzata. Un genio anche la Marcuzzi, capace di mettere benzina sul fuoco al momento giusto mentre i concorrenti, beoti idioti, abboccavano all’amo e si scannavano verbalmente (ma senza alzarsi dal divano).

Poi mi son detto: “Ma sei scemo? Stai veramente guardando il Grande Fratello?”.

Mi son girato, ho messo le cuffie, ho fatto partire il best degli Aerosmith e ho pensato a come fare un elogio del Grande Fratello senza passare per coglione. Nonostante il programma faccia cagare, sono contento di esserci riuscito. Credo.


Bierbauch: io un signor nessun in posto che fino a qualche anno fa chiamavo casa

Ok ok, lo so. Ne ho già parlato spesso ma andando a rivedere i post vecchi erano solo accenni e ho pensato che forse ci voleva un post unico per dirlo bene: sia per gli utenti vecchi che magari tra i frammenti non ci hanno mai capito una cippa che per gli utenti nuovi che non sanno di che parlo.

E sia.

“Ed essere un signor nessun in un luogo che qualche anno fa chiamavo casa” è la mia frase di stato di Facebook di Sabato sera scritta mentre ero con Melissa presso il Bierbauch e aspettavamo una coppia di nostri amici per andare a cena.

Che significa? Per spiegarlo bisogna fare un passo indietro. Un passo bello grosso, di una decina di anni.

Nel 2000, quando beltà splendea, ero più giovane, più pallido, non mi rifacevo le sopracciglia, vestivo peggio, studiavo, fumavo, avevo un’altra morosa, c’erano ancora le lire e avevo appena fatto la patente. Quest’ultimo era un requisito fondamentale per andare a fare un lavoretto serale e guadagnare qualcosina.

Cominciai insieme alla mia vecchia morosa a lavorare in una birreria a Palazzolo come cameriere e, nonostante in tutte le altre attività (masturbazione a parte) fossi impacciato e goffo, capii subito che ero bravo e veloce a fare il cameriere. Per di più ero molto in gamba anche con i clienti: se c’era una battuta da fare la azzeccavo sempre e non mancavo mai di servirli con il sorriso.

A breve migliorai ancora e iniziai ad avere a cuore quel lavoro: non mi importava di lavorare di venerdì sera ed essere un cadavere il sabato mattina a scuola o di recarmi in birreria senza preavviso se il titolare aveva qualche problema di personale.

Nonostante la mia passione ebbi da ridire pesantemente con il titolare stesso e me ne andai, credendo (a ragione) che sarebbe stato lui a perderci per via delle mie capacità.

Il problema era che al momento ero invasato di quel tipo di vita (la notte, la birreria, la gente, il far tardi, le brioches dopo il lavoro) e mi dispiaceva abbandonarla, ragion per cui, quale modo migliore per rientrarvi se non richiedere di lavorare alla festa della birra del Bierbauch?

Con mia somma sorpresa mi presero ed io, abituato a ritmi frenetici della birreria di Palazzolo, non mi fermavo un attimo e lavoravo come un mulo.  C’è da dire che a quei tempi il Bierbauch era veramente pieno, al punto che il Sabato sera ai tavoli non si poteva nemmeno lavorare perché non ci si passava, ed io, pur sperando di riuscire ad arrivare un giorno a lavorare con gente che consideravo di un altro pianeta avevo una paura matta; la sera prima dell’inizio della festa addirittura facevo dei sogni in cui mi facevano degli ordini e io non sapevo come fare per servire il cliente… roba da matti.

Insomma, lavorai bene, e uno dei momenti più belli forse addirittura della mia vita fu quando Ceco, uno dei soci, mi disse che apprezzava come lavoravo e avrebbe avuto piacere che rimanessi nello staff anche dopo la festa. Era un sogno che si avverava.

Così feci e iniziai a fare il cameriere, conobbi persone fantastiche come Luca che sapeva sempre farmi ridere, la Manu Gemella che aveva i miei stessi gusti musicali e lavorava benissimo, la Fede che credo sia stata quella che al Bierbauch ha lavorato per più tempo, la Giovanna che a furia di Cazziarmi perché pulivo male la cucina mi ha fatto imparare a pulire bene la cucina.

Eravamo un bel gruppo, ero contento di essere apprezzato, e per vari anni lavorai sereno e felice. Quando presi l’edicola smisi di fare il cameriere ma presi il posto di Luca a fare le foto e per un paio d’anni andai a farle pure a Gavardo, nella discoteca del Bierbauch, il Five Club, ma questa è un’altra storia e se avete tempo e voglia la potete leggere nei post vecchi del blog (che tra l’altro è il più letto di Chiari).

Quando mi lasciai con la morosa vecchia il Bierbauch rimase e si sa, dopo un po’ di anni fidanzato, le amicizie un po’ si annebbiano, ragion per cui anche nelle sere in cui non lavoravo trovavo sempre il tempo per bermi un caffè in quella che ormai era la mia seconda casa. Conoscevo tutti, salutavo tutti, ero ben voluto da tutti; cominciai a lavorare nelle discoteche, conobbi Melissa (il nostro primo limone fu proprio davanti al bancone) e pian piano mi allontanai.

L’addio definitivo lo diedi l’anno in cui rifiutarono la mia richiesta di lavorare alla festa della birra: ne avevo fatte 5 o 6 di fila ma per la persona che si occupava del personale a quanto pare ero “troppo vecchio”.

Me la presi per qualche giorno ma non me la legai al dito, semplicemente le mie visite al Bierbauch diventarono sempre più rare.

Finché Sabato, tornai.

La sensazione è questa: mi sono sentito come il Dr Carter di Er Medici in prima linea quando dopo anni ritorna nel pronto soccorso dopo per anni è stato il medico principale. Per chi non avesse visto la serie mi sono sentito come quando si torna a far visita ai professori delle superiori e nei banchi c’è gente che ci guarda con sospetto (ma grata per l’interruzione). Se invece del professore ci fosse uno sconosciuto la sensazione sarebbe stata la stessa.

Mi son preso un crodino a testimoniare che non ho più il fisico di una volta e Melissa un bianco e ci siamo guardati in giro: ragazzini vestiti goffamente con giubbini più grossi di loro, alcuni arrossati per il freddo perché magari erano arrivati lì in motorino e ragazzine minigonnate che camminavano come dinosauri evidentemente non abituate ai tacchi.

Pensandoci, la situazione è la stessa di dieci anni fa e se mi sono sentito come un signor nessun in un posto che chiamavo casa non è cambiato il locale. Non è cambiata la gente. Non è cambiata la musica.

Sono cambiato io.

Sono cresciuto io.


La “famosità” dell’isola dei Famosi

Intro.
So che se l’avessi scritto alla fine ve ne sareste fregati, quindi metto questa comunicazione come intro; per fare questo post avevo bisogno di un paio di immagini modificate in photoshop ed essendo io incapace di usarlo ho chiesto aiuto a chi è più bravo di me. Ed essendo a bolletta non mi rimane che ringraziare Alberto e pubblicizzare la sua band. Questo è il link quindi, poche storie, andate sul link, date un’occhiata, fate mi piace, e poi leggete il post. Io e Alberto, ringraziamo.

Tutto è partito da questo articolo del Giornale di Brescia: Isola dei Famosi, Eliana Cartella c’è.  Non ho mai guardato l’isola dei famosi e credo che non la guarderò mai ma dal titolo del programma credo si possa evincere che è “qualcosa” riservato a gente famosa.

In realtà so come funziona questo reality perché prima di scrivere mi sono informato ma non cambia la sostanza; in questo programma viene presa della gente famosa e lasciata su un’isola deserta dove se la devono cavare come meglio possono tra una prova e l’altra. Che poi, deserta non so fino a che punto, visto tutto lo staff (cameramen e altro) che gira intorno alla produzione…

Ma non è quello il punto, il punto è che la gente, in teoria, deve essere famosa per parteciparvi e io, stretta opinione personale, credo che per essere famoso uno debba aver fatto qualcosa che lo renda tale.

Eliana Cartella non è famosa.

Per carità, nulla contro di lei (lavorava al Barfly come ragazza immagine, quindi so di chi parlo anche se non posso dire di conoscerla) che anzi, tolto essere alta uno e qualcosina, è davvero una bellissima ragazza e quelli (o QUELLE) che dicono il contrario sono solo gelosi.

Però, se il suo essere famosi sta nel fatto di aver avuto una relazione con Renzo Bossi prima e con Mario Balotelli poi… cioè … mi sembra un po’ una forzatura. (tra l’altro, apro una parentesi: cosa avrà pensato il papà Scarface Umberto quando la ragazza del figlio Padano ha preferito un neghèr?).

Non bisogna nemmeno fare gli ipocriti: a chi dispiacerebbe senza evidenti meriti trovarsi in una situazione che può dare popolarità e magari soldi senza lo sforzo di doversi alzare all’alba e andare a lavoro fino a sera?

Mi è venuto in mente un altro caso di “famosità” non per merito: il buon Daniele Interrante, che ai tempi d’oro salì alla ribalta delle cronache solo per essere amico di Costantino Vitagliano. Nessun altro merito, e se avete dei dubbi guardatevi il film che hanno fatto insieme e capirete che tutti quei muscoli potevano venir buoni solo per zappare la terra.

Ma, mi chiedo, a questo punto basterebbe che io abbia una tresca con una famosa per essere io stesso famoso? O basterebbe che io sia amico di uno famoso? O, meglio ancora, entrambe le cose insieme: se io avessi un amico che si fa la figlia di un attore famoso potrei vivere anche io di fama riflessa (e smettere di lavorare per darmi alla vita mondana e al cazzeggio su Facebook?).

La cosa è semplice allora: basta che prendo il mio amico C*osta (allegato 1)

e prendo la figlia di David Hasselhoff (Taylor ann Hasselhoff) (allegato 2)

Combino le due cose e ho un amico che sta con una famosa, quindi sono famoso anche io (allegato 3)

Et voillà. Ora aspetto la chiamata dalla Rai e se non arrivasse tenterò il metodo del Mago Otelma: mi vestirò da coglione per vent’anni aspettando che qualcuno mi noti.

 


Batte forte il cuore, primo piano l’ascensore.

Qualche giorno fa sulla stampa locale ho notato la notizia di una mia concittadina della mia età che è rimasta intrappolata per venti ore in un ascensore e ho pensato: cosa avrei fatto se fosse capitato a me? Questo è lo spunto per il post odierno.

ORA 1

Sto scendendo con l’ascensore e questo si ferma. Schiaccio il pulsante allarme ma non suona nulla. Pigio il pulsante che mi dovrebbe collegare ad un operatore ma a quanto pare non c’è alcun operatore disponibile. Attendo ma non accade nulla. Provo a urlare dapprima con un po’ di timore poi con vero terrore. Per la prima ora sono preso dal panico.

ORA 2

Razionalizzo in quanto capisco che nessuno mi verrà a salvare e prendo il telefono pensando a quanto io possa essere coglione ad aver gridato per un’ora senza nemmeno pensare di fare una telefonata. Il telefono non ha campo e ha pure poca batteria. Ricomincio ad urlare ma senza risultato.

ORA 3

Il cellulare non ha campo ma funziona, quindi inizio a giocare ad Angry Birds per circa un’ora, giusto il tempo di scaricare la batteria e poi penso che le chiamate d’emergenza partono anche senza rete. Almeno, così mi avevano detto, ma ormai non posso più chiamare nessuno (ma ho fatto un punteggio fantastico al videogame).

ORA 4

Mi scappa la pipì ma non so dove farla. Ringrazio il cielo che non devo fare il bisogno grosso. Provo a pisciare tra il piccolo spazio in cui si chiudono le porte e, oltre a sporcare di pipì la porta non ottengo altri risultati apprezzabili (però un po’ di urina è andata fuori dall’uscio verso chissà dove).

ORA 5 

Memore di motle visioni di Die Hard penso che potrei aprire il tetto dell’ascensore e arrampicarmi fino in cima al palazzo e chiedere aiuto. Alzo la testa e vedo che l’ascensore non è come quello di tutti i film (ossia che si può aprire da sopra) ma è saldato. E poi, checcazzo, non sono Bruce Willis

ORA 6

Memore del film 127 ore penso che potrei tagliarmi un braccio, ma non trovo una motivazione plausibile che possa giustificare quel gesto.

ORA 7

Comincio ad essere veramente preoccupato e urlo con gran voce “aiuto” sentendomi comunque un po’ ridicolo.

ORA 8

Capisco che è tutta una candid camera e cerco le telecamere e rido dicendo che ho capito lo scherzo “però adesso basta che lo scherzo è bello finché dura poco”. Quando realizzo che di telecamere non ce ne sono mi sento ancora più ridicolo di prima.

ORA 9

Penso che è strano che nessuno venga a cercarmi dopo nove ore che non ha più notizie di me. Penso anche che lo scriverei sulla bacheca di Facebook.

ORA 10

10 ore senza fare un cazzo sono un rompimento di balle per chiunque. Prendo la saggia decisione di mettermi in un angolino a dormire.

ORA 11

Dormo.

ORA 12

Sogno Gilardino che ride di me e me la fa pagare per tutti i post in cui l’ho preso per il culo.

ORA 13

Arrivano i soccorritori che aprono la porta e mi portano in salvo. Il soccorritore ha la faccia di Gilardino e mi accorgo che stavo ancora sognando.

ORA 14

Inizio ad avere fame e mi chiedo come potrebbe essere la morte per fame o la morte per sete.

ORA 15

Non faccio niente di speciale.

ORA 16

Comincio a rassegnarmi all’idea che l’ascensore sarà il posto dove morirò di inedia e inizio a cantare la Hit di Ambra intitolata, guardacaso, “l’ascensore” (Batte forte il cuore/primo piano l’ascensore)

ORA 17

Penso a tutte le cose che avrei voluto fare prima di morire e che non farò.

ORA 18

Provo ancora a gridare, ma ho poca voce e tanta sete. L’idea di cantare la canzone di Ambra non è stata geniale.

ORA 19

Immagino che se proprio devo morire, voglio avere un orgasmo per l’ultima volta. Dapprima mi sembra un’idea dovuta al delirio ma pian piano inizio a ragionare che la cosa potrebbe avere un senso.

ORA 20

Decido che avrò l’ultimo orgasmo in ascensore. Ormai sono stremato ma non ho niente da perdere e poi tanto, non lo saprà nessuno; e se poi qualcuno lo sapesse tanto sarò ormai morto. Mi alzo in piedi con grande umiltà e serenità. Mi calo i pantaloni, chiudo gli occhi e  inizio ad omaggiare la mia terza gamba.

ORA 20 e qualcosina. I soccorsi.

Le porte si aprono ed eiaculo in faccia ad un contrariato soccorritore.

 


L’anziana

Meno cinque gradi.

E’ entrata una signora anziana e mi ha chiesto se poteva sedersi.

Era affannata e aveva bisogno di riposo.

L’ho fatta accomodare e lei mi ha detto che anche se faceva freddo voleva uscire lo stesso per andare a messa, per comprare Intimità e una rivista di enigmistica ché altrimenti si annoiava. Ha inoltre aggiunto di avere ottantasei anni.

Le ho detto in maniera gentile come le fosse venuto in mente di uscire con ‘sto cazzo di freddo. Lei ha detto che pensava di farcela poi mi ha chiesto se poteva stare seduta ancora un po’ in attesa di star meglio.

Dopo pochi istanti è arrivato mio papà che si è imposto di riportare l’anziana signora a casa.

Un po’ mi è dispiaciuto per la signora, credeva di farcela, ci teneva, per lei probabilmente la messa e l’enigmistica sono le cose importanti della vita.

E’ brutto diventare vecchi? E’, cito Pennac con una delle mie frasi preferite, l’unico modo per non morire giovani.

Chissà cosa starà facendo adesso l’anziana signora: di sicuro non le parole crociate in quanto visto il malore non ha comprato nulla, nemmeno Intimità.

Bè, come concludere il post? E’ un po’ che ci penso e non saprei se finire con qualcosa che faccia riflettere o buttarla in caciara.

Chiudo con una citazione sulla vecchiaia che riassume entrambe le cose.

Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie. 
Albert Einstein


Come un Kluivert qualsiasi

Ieri sera faceva freddo ed è bastato questo futile motivo a farmi rimandare la palestra ad oggi a mezzogiorno.

Mentre cazzeggiavo ho notato una decina di mail da leggere e, svogliato come un Kluivert qualunque quando giocava nel Milan, sono andato a vederle pronto a cancellare il solito spam.

Invece, sorpreso come un Kluivert qualunque quando segnava nel Milan, ho notato che erano tutti commenti al post di ieri e gente che ha iniziato a seguire il blog (che tra l’altro è il più letto di Chiari); incuriosito sono andato a vedere le statistiche: mi piace farlo per vedere le parole chiave con cui la gente arriva ai miei scritti (nel blog vecchio, ad esempio, era molto gettonata la query “pompini di donne argentine”) e ho notato il numero delle visite che ammontava a quello che a fatica raggiungevo in una settimana.

Allora, come un Kluivert qualunque quando se ne n’è andato dal Milan, ho dato il meglio di me. Come? Sciogliendo le briglie alla fantasia.

In doccia, sotto l’acqua bollente ho iniziato a pensare cose del tipo “metti che questo post lo legge qualcuno che…”.

E il post lo ha letto uno di una rivista famosa. Anzi, checcazzo, visto che immaginare è gratis il post lo ha letto uno di Vanity Fair a cui è piaciuto e mi ha contattato dicendo che ha letto anche il resto del Blog e gli è sembrato interessante. Volevo magari scrivere qualcosa anche per loro?

Cazzo, certo che volevo. Da quel momento allora ho iniziato a scrivere per Vanity fair e i miei articoli, cazzo, erano lettissimi e piacevoli; iniziavo a ricevere mail di congratulazioni. Il blog è diventato sempre più letto e la pubblicità ha iniziato a contattarmi per mettere dei bannaer. In poco tempo ho deciso di lasciare il lavoro per scrivere a tempo pieno.

Era il momento di scrivere un libro. In un paio di mesi l’ho scritto e la gente è impazzita: file di gente in libreria (tipo Fabio Volo) che voleva un autografo. Copertine dei giornali con la mia faccia e interviste nei quotidiani nazionali: di punto in bianco ero diventato un mito e, nonostante i criticoni cui rispondevo sempre a tono, ero al massimo della popolarità.

Dal mio libro fecero un film e con quello guadagnai talmente tanti soldi da comprarmi una casa con vista lago. Anzi, sogniamo in grande: sul mare. Anzi, fanculo, sull’oceano a Venice Beach dove sono andato a vivere con Melissa.

Mi svegliavo all’alba, uscivo a correre e poi mi mettevo a scrivere il mio secondo libro. Il TANTO ATTESO secondo libro che ha superato tutti i record di vendite.

Ormai ero l’uomo del momento.

Una mattina, aprendo la lettera della posta, ho trovato la lettera in cui mi convocavano per il Nobel della Letteratura. Bè, ero figo, quindi un po’ me l’aspettavo.

Alla cerimonia a consegnarmi il premio c’era Van Basten (cazzo volete? Alla MIA cerimonia del Nobel della letteratura mi premia chi dico io!) che mi chiamò sul palco tra l’ovazione della folla.

Ero pronto al discorso più importante della mia vita.

“Per prima cosa vorrei ringraziare…”

TOC TOC

Il pubblico non capiva quello strano rumore, io si, e cercavo di finire il mio discorso.

“Dicevo, vorrei ringraziare la mia famiglia che…”

“TUTTO BENE LI’ DENTRO?”

Era Melissa, che come un Kluivert qualunque che sbagliava un gol davanti alla porta, mi ha risucchiato da una bella sensazione riportandomi alla realtà.

Per carità, lo faceva perché era preoccupata del fatto che ero in doccia da un’eternità. E così, tra una nebbia di vapore che avrebbe fatto invidia ad un concerto dei Pooh, sono tornato alla mia vita senza avere il tempo di ringraziare la mia famiglia e di salutare Van Basten.

Sono tornato alla mia vita fatta di sveglie alle cinque e mezza della mattina, di conti che faticano a tornare, di baci a Melissa prima di andare a lavoro, di passeggiate col cane, di post sul blog scritti nei ritagli di tempo, di notti lavorative in discoteca, di caffè liscio e brioche integrale, di X Box, di “no, sono vegetariano, il pesce non lo mangio”, di risate davanti ad una birra, di spensieratezza serale in famiglia con la mia donna e Nuno guardando una serie televisiva.

A pensarci, anche senza Nobel e senza fama, la mia vita è bella lo stesso. Grazie al cazzo, una casa a Venice Beach farebbe gola a chiunque, ma anche una casa in piazza di fronte alla guardia medica ha i suoi lati positivi. Basta cercarli.

Ogni vita ha i suoi lati positivi, basta cercarli.

Anche un Kluivert qualsiasi sono sicuro che ne abbia.


Facebook ci sta rovinando la vita?

Facebook ci sta rovinando la vita?

Questa domanda me la sono posta Sabato sera in discoteca quando una ragazza che conosco solo tramite Facebook, e con cui spesso ho interagito tramite Facebook,  è venuta a salutare un mio amico e, pur vedendomi, non mi ha cagato nemmeno di striscio (ferendo mortalmente il mio gigante ego).

Allora le cose sono 3

  • Mi conosci e ti sto sul cazzo, quindi non mi saluti.
  • Mi conosci e voi fare la figa, quindi non mi saluti.
  • Non mi conosci, quindi non mi saluti.

In qualsiasi di questi tre casi, che senso ha avere questa persona tra gli amici? L’unica cosa che avrebbe potuto interessarmi sarebbe stato se avessi avuto un interesse lavorativo, ma la tal persona si rivolge ad altri pr (e, prevedendo la domanda di molti, non ha nemmeno le tette grosse, motivo principe per il quale molta gente aggiunge le donne a Facebook).

Quindi, perché occupare uno spazio dei miei 5000 disponibili per una persona che oltre a non essermi utile, nemmeno mi saluta? Et voillà, rimossa.

Mi sono chiesto a cosa possa servire un sito “sociale” se la gente che ne fa parte ha paura a dire ciao, al di fuori del mondo ovattato del web. Siamo ridotti a parlarci in chat per poi vergognarci a dirci un ciao? Non chiamiamo più ma preferiamo fare “mi piace” allo stato di un amico per ricordargli che esistiamo?

Dopo aver partorito questo pensiero mi è venuto da pensare che “per me non è così” ed è la cosa più stupida cui potevo arrivare: è la cosa che pensa ogni persona alla fine di questo ragionamento: per me non è così perché io Facebook lo uso per lavoro, per me non è così perché io Facebook lo uso per stare in contatto con gente che abita lontano, per me non  è così perché io Facebook lo uso per curiosare tra le foto degli altri.

Cazzate.

Se per te non fosse così, semplicemente non saresti iscritto a Facebook.

Per carità, questo post non è un post “contro” un social network che amo alla follia e non voglio nemmeno cadere nella banalità delle frasi di rito per cui tutto si risolve con qualcosa tipo che tutto è bello se usato con moderazione.

Voglio arrivare, conclusione strettamente personale, che ogni tanto una chiamata fa piacere. Ogni tanto un caffè con un vecchio amico non è tanto male. Ogni tanto una pizza in compagnia è un toccasana.

Credo solo che se magari alzassimo un po’ il culo e ci dessimo da fare, probabilmente saremmo meno fighi nelle foto del profilo ma  saremmo meno soli tra una marea di amici.


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